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martedì 28 maggio 2013

DISFATTA ROMA: TOCCATO IL FONDO BISOGNA RISALIRE

Con la sconfitta in finale di Coppa Italia la Roma ha perso non solo un trofeo, ma anche la possibilità di giocare in Europa League nella prossima stagione. E' il secondo anno consecutivo per i giallorossi fuori dal palcoscenico europeo. Come se non bastasse questa sconfitta è arrivata contro i rivali di sempre, i cugini della Lazio. Da quando è subentrata la proprietà americana la Roma ha fallito tutti gli obiettivi che si era prefissata e quindi è doveroso fare delle riflessioni, perchè stagioni come questa o come quella dell'anno scorso non si devono più ripetere. A partire dalla dirigenza bisogna fare chiarezza sui ruoli, gli americani devono essere più presenti, devono stare più nel vivo delle dinamiche della squadra, dare la scossa nei momenti difficili e fare sentire il loro supporto. In sostanza devono essere i primi tifosi. Troppe volte la Roma è sembrata una squadra abbandonata a se stessa. E' apparsa spesso come un'accozzaglia di giocatori, anche di talento, ma che giocavano senza una vera unità di intenti. Va detto che questo è accaduto soprattutto per colpa dei singoli giocatori. Certo, c'è chi ha più colpe e chi ne ha meno, ma quando si perde la responsabilità è di tutti, e non è una frase di circostanza. Ci sono molti calciatori che non hanno giocato mai o quasi mai al loro livello. Da Stekelenburg, che in due anni è apparso il fantasma del portiere che fu vicecampione del mondo ai mondiali 2010. Passando per Burdisso e Balzaretti, il primo probabilmente a fine carriera, il secondo autore di una stagione a dir poco deludente, dopo le strepitoso Europeo di appena un anno fa. Anche Pjanic, spesso infortunato, ha fatto poco per quelle che sono le sue qualità, non è mai stato in grado di far decollare insieme a De Rossi il centrocampo della Roma. Già, Daniele De Rossi, il giocatore più pagato della Roma, è stato il più deludente, e non è il primo anno che questo accade. Da un paio di stagioni ormai DDR sembra l'ombra di se stesso, è in palese difficoltà fisica e mentale. Certo, rimane l'attaccamento alla maglia, ma è lecito chiedersi se un giocatore che non gioca al suo livello da due anni ormai possa ritornarci in un futuro prossimo. Alla Roma serve uno come lui, col suo carattere e con la sua personalità. Deve ritornare in fretta quello che tutti ci ricordiamo, il De Rossi capitan futuro e idolo dei tifosi. Lo deve fare per se stesso e soprattutto per i suoi tifosi, che nonostante tutto continuano a sostenerlo. Sono veramente tanti i giocatori che hanno deluso e pochi quelli da salvare. Tra questi ultimi c'è sicuramente il fenomenale Marquinhos, già nel mirino dei top team europei a soli 19 anni. C'è l'instancabile Florenzi che, soprattutto con Zeman, si è dimostrato un giovane di grande qualità. Si salva Lamela, perchè nonostante qualche pausa di troppo (comprensibile vista la giovane età), arrivare a quota 15 gol in Serie A a soli 20 anni è un gran traguardo. Destro ha fatto intravedere buone potenzialità, ma ancora deve dimostrare di valere i soldi (tanti) che sono stati spesi per lui. Osvaldo invece ha confermato quanto mostrato nella scorsa stagione: grandi mezzi tecnici, ma un carattere poco propenso a stare in un collettivo, i suoi comportamenti da prima donna parlano per lui. Il migliore è stato, tanto per cambiare, Francesco Totti, che a 36 anni suonati si è preso più e più volte sulle spalle la squadra nei tanti momenti di difficoltà. Le poche belle partite della Roma lo hanno visto sempre protagonista. E' calato fisicamente nell'ultimo periodo perchè è semplicemente disumano far giocare 40 e passa partite stagionali ad un giocatore che va per i 37 anni. E' stato spremuto fino all'osso perchè per lunghi tratti è stato l'unico in grado di accendere questa squadra. Spesso la Roma è sembrata dipendere troppo dal suo capitano. Un progetto che si rispetti non si può basare su un giocatore che, per quanto forte, è ormai a fine carriera. Si è visto nella finale di Coppa italia: la mediocrità di questa Roma ha trascinato a fondo anche Totti, autore di una pessima prestazione. Questa volta non ce l'ha fatta nemmeno lui.
Servono parecchi cambiamenti per fare grande questa squadra, ed oltre ai dirigenti, tutti i giocatori devono stringersi intorno ad un allenatore, uno che sappia fare il suo mestiere. A Roma serve un tecnico che conosca il nostro campionato, con una determinata filosofia di gioco, e al quale vengano comprati i giocatori adatti per il suo modulo. Serve un uomo che metta tutti in riga, che faccia remare i giocatori, dal primo all'ultimo, dalla stessa parte, sfruttando al massimo le potenzialità della rosa, che sulla carta sono importanti. Tutto questo va fatto da subito, ad iniziare dalla prossima stagione. Perchè con questo derby perso si è toccato il fondo e, come recita il famoso detto, toccato il fondo si può soltanto risalire.

lunedì 27 maggio 2013

CASO BALOTELLI: RAZZISMO O IPOCRISIA?

Il Giudice Sportivo ci va pesante. La Curva Sud romanista resterà chiusa per il prossimo turno di campionato per "aver rilevato che, verso il 39° del secondo tempo, sostenitori della Soc. Roma, collocati nel settore dello stadio denominato “curva sud”, indirizzavano ad un calciatore di altra Società grida e cori insultanti, espressivi di discriminazione razziale; valutata la pervicace e specifica recidività in tali biasimevoli comportamenti , nonostante la formale diffida inflitta in occasione della precedente gara di campionato; delibera di sanzionare la Soc. Roma con l’ammenda di € 50.000,00 e con l’obbligo di disputare una gara con il settore dello stadio denominato “curva sud” privo di spettatori"
Questa la sentenza del giudice sportivo Tosei; ma andiamo per ordine: il giocatore in questione é il milanista Mario Balotelli, giocatore sempre sotto i riflettori,  per le sue azioni un po' fuori dalle righe. I primi episodi cominciano durante Milan-Roma quando i tifosi che occupavano il settore ospiti, iniziano a fischiare Balotelli, rivolgendogli anche cori insultanti. Balotelli, fin da subito reagisce e inizia a rivolgersi con dei gestacci verso i tifosi. Al 55' a sorpresa l'arbitro sospende la partita a causa dei fischi verso il rossonero. Il match riprende dopo qualche minuto, anche se i fischi nei confronti del giocatore del Milan non cessano. Fin subito dopo il triplice fischio, ma anche durante tutta la settimana, attraverso interventi televisivi, editoriali nei maggiori quotidiani, e interviste, si sono susseguite voci, indignazioni e condanne nei confronti dei tifosi romanisti, bollati come "razzisti".
La domenica successiva durante Roma-Napoli i tifosi giallorossi più accesi hanno continuato ad inneggiare cori contro "SuperMario" A seguito della partita la sentenza di cui si è parlato pocanzi.
È chiaro che questa vicenda è lo specchio dell'ipocrisia italiana. La maggior parte delle persone, comprese quelle che si sono sprecati in ore e ore di interventi, che i fischi e gli insulti non abbiamo matrice razzista. La verità non puó che essere questa: Balotelli viene insultato per il suo carattere, per  il suo modo di comportarsi, per il suo modo di essere, sicuramente non per il colore della pelle.  Nessuno ha detto per esempio che durante Roma-Napoli il giocatore della Roma Marquinhos che é anche lui di colore ha assistito la partita in Curva Sud. Per cui seguendo il ragionamento di  coloro che bollano i tifosi della curva come "razzisti" i sostenitori da una parte insultavano Balotelli per il colore della pelle, ma allo stesso tempo accoglievano con affetto tra di loro Marquinhos nonostante anch'egli sia di colore. Ma la risposta al dilemma "insulti razzisti o no" era sta data dalla stessa Curva sud ben tre anni fa': era Roma-Cagliari del  10/05/10 e durante la partita apparse uno striscione nei confronti dello stesso Balotelli, che in quel periodo vestiva la maglia dell'Inter: "non ti insultiamo perché sei di colore, ma perché sei 'no str****" senza onore". Quindi come spesso accade, le cose viste sotto un'altra luce sembrano più chiare, ma d'altronde questa situazione fa comodo a molti: in primis Balotelli, che sfrutta queste situazioni per fare la vittima in modo che l'attenzione sia concentrata su questioni razziali piuttosto che sul suo comportamento. In secondo luogo conviene alla stessa lega calcio che sfrutta questi episodi per mostrare a tutti l'impegno profuso per combattere il razzismo. Infine anche ai giornalisti che hanno la possibilità di scrivere pagine e pagine dicendo spesso banalità, tralasciando invece i temi d'attualità più seri.
Ma d'altronde l ipocrisia e una brutta bestia, e in Italia lo sappiamo bene.

MICHELE NOCE

mercoledì 22 maggio 2013

PALERMO: I MOTIVI DI UN FALLIMENTO

Era il 29 maggio 2004. Il Palermo, in un Barbera gremito in ogni ordine di posto, batteva la Triestina 3-1 e certificava il passaggio nella massima serie 32 anni dopo l'ultima volta.
Adesso invece, dopo 9 anni di serie A, i rosanero tornano nella serie cadetta.
Perché una squadra che per 9 anni è stata ai vertici del calcio italiano, battendo le big più e più volte, centrando la qualificazione in Europa League, sfiorando la Champions e la vittoria della coppa Italia, si ritrova in questa condizione?
Molti tifosi siciliani a questa domanda risponderebbero con un solo nome: Maurizio Zamparini.
Si, è proprio il presidente rosanero il capro espiatorio di questa disastrosa annata. I tifosi l'accusano di essersi disinnamorato di Palermo e di trattare la squadra come uno dei suoi supermercati.
Sicuramente Zamparini è il grande responsabile della retrocessione. Quest'anno ha dato il meglio di sè. Ha iniziato la stagione con Sannino, per poi passare a Gasperini, Malesani, Gasperini e ancora Sannino, confermando la sua fama di mangia allenatori. Anche nella dirigenza si sono alternati prima Perinetti, poi Lo Monaco e ancora Perinetti. Ecco, un altro responsabile è Lo Monaco. Se, infatti, il mercato estivo non ha portato a quasi nulla, quello invernale, condotto dall'ex Catania, è stato disastroso. Ha portato in Sicilia 10 nuovi elementi , ragazzi acerbi, non adatti  a salvare il Palermo, fatta eccezione per Sorrentino.
Le cessioni di Giorgi e Brienza sono state le gocce che hanno fatto traboccare il vaso, facendo perdere la pazienza di patron Zampa, portando al divorzio tra Zampa e Lo Monaco.
In tutto questo i giocatori hanno affrontato una stagione difficilissima senza un'identità precisa, ma non per questo esenti da colpe per alcune prestazioni a dir poco raccapriccianti. Miccoli ha deluso, Ilicic nelle "prime" 28 partite sembrava il fratello scarso di quello delle ultime 10 in cui ha quasi trascinato i rosa ad una salvezza insperata, e con loro tanti altri che hanno giocato al di sotto delle aspettative. Squadra senza un minimo di attributi, che ha perso ben 11 punti nei minuti finali e che in trasferta ha vinto solo una volta.
Se a tutto questo si aggiunge un po di sfortuna, il gioco è fatto, ed il Palermo l'anno prossimo vivrà l'inferno della serie B, un campionato difficile dal quale sarà fondamentale risalire subito.
Quello che non mancherà alla squadra rosa sono i tifosi che nonostante l'annata tremenda hanno sempre sostenuto la squadra e non si fermeranno di certo l'anno prossimo, se poi Zamparini  dovesse tornare quello del 2004 forse il 29 maggio 2014 i rosa potrebbero rifesteggiare come 10 anni fa......

martedì 21 maggio 2013

WEMBLEY CALLING: VERSO LA PARTITA DELLE PARTITE

E' risaputo che non tutti riescono a coronare il sogno di diventare calciatori. Rispetto a quelli che provano chi ci riesce è veramente una minoranza. I giocatori che vediamo in Serie A sono solo la punta della piramide, e quella piramide è costituita quasi per intero da coloro che non ce l'hanno fatta a diventare professionisti. Ad avere il privilegio poi di giocare una finale di Champions sono ancora di meno. Questi giocatori rappresentano la punta della punta della piramide che descrivevamo in precedenza. E' una partita che pochi fortunati possono vantarsi di aver giocato. Fortunati si, ma anche e soprattutto bravi, come i giocatori del Bayern Monaco e del Borussia Dortmund, che sabato si contenderanno la coppa dalle grandi orecchie. E' la sfida tra le due squadre che hanno dominato in Germania negli ultimi anni e ora sono lì a contendersi anche il trono più importante per far vedere al mondo (e non solo al proprio paese) chi è veramente il padrone. Sarà una partita bellissima, tra le due formazioni che giocano il calcio migliore in questo momento in Europa. Basterebbe questo per dar vita ad una grande finale, due squadre belle che giocano un bel calcio. Non va trascurata però la forte rivalità che intercorre fra i gialloneri ed i rossi di Monaco. Sportivamente parlando, non corre buon sangue tra le due società. Lo si è visto dall'ultimo scontro diretto in campionato, dove la partita è stata giocata con il coltello tra i denti da entrambe (Rafinha espulso per una manata ad un giocatore del Dortmund) nonostante il campionato fosse finito già da un pezzo. Addirittura Klopp è andato muso a muso con Sammer, che ora fa parte dello staff del Bayern, ma che è stato una leggenda del Bvb. C'è la componete tecnica, c'è quella agonistica e la rivalità non accenna a placarsi. Il Borussia sa in cuor suo di essere inferiore e quindi cerca in tutti i modi di mettere pressione al Bayern, strafavorito per il successo finale. Gli uomini di Heycknes sembrano però non avere punti deboli. Sono solidi fisicamente, giocano benissimo, non prendono gol e ne segnano a palate. Sono motivati al massimo, ma  vengono da due finali perse negli ultimi tre anni, con lo spettro di un'altra sconfitta che sarebbe doppiamente dura da digerire, arrivando contro i rivali più temuti. Si temuti, avete capito bene. Nonostante Barcellona e Real Madrid siano più forti sulla carta, il Dortmund sembra la squadra più in grado di mettere in difficoltà i bavaresi, che durante tutta la stagione in difficoltà ci si sono ritrovati raramente. Il Bayern dal canto suo deve scendere in campo con la consapevolezza di essere il più forte, e mantenere questa consapevolezza durante tutta la partita, anche nei momenti di difficoltà. Se giocano come sanno nessuno può impedire la vittoria agli uomini di Heycknes. Dall'altra parte il Dortmund deve giocare come sa, non deve farsi prendere dall'ansia che questa partita può suscitare in giocatori giovani ed inesperti come quelli gialloneri. L'incoscienza (non quella tattica ovviamente ma quella caratteriale) e la voglia di giocarsela a viso aperto possono sorprendere anche un avversario più forte ed esperto. Questo atteggiamento può far crollare la fortezza di sicurezze del Bayern, che a quel punto si renderebbe conto di avere tutto da perdere. Non sappiamo chi trionferà alla fine, se lo schiacciasassi Bayern o il Borussia dei miracoli. L'unica cosa che sappiamo è che comunque andrà tra 4 giorni assisteremo ad una grande partita. Questi giocatori che stanziano sulla punta della punta della famosa piramide la sapranno onorare al meglio. Sabato sera non prendete impegni, inventatevi qualche scusa con la vostra ragazza, dite ai vostri amici che li raggiungete dopo cena. Ne vale la pena, a Wembley si disputa la partita delle partite.

lunedì 20 maggio 2013

UDINESE E ARSENAL: LE ENNESIME IMPRESE DI GUIDOLIN E WENGER

Per un allenatore vincere trofei è la gratificazione più grande, è il coronamento del proprio lavoro, è la consacrazione massima che può toccare ad un tecnico. Se è giusto ricordarsi di chi vince, non bisogna però per questo considerare tutti gli altri come degli incapaci. Nel mestiere del coach soprattutto, la bravura spesso consiste nel trarre il massimo dai mezzi che si hanno a disposizione. E' giusto osannare i vari Mourinho, Guardiola e Heycknes (per citarne alcuni), che ogni anno vincono trofei su trofei, ma è anche giusto dare merito a chi, magari più in silenzio, continua da anni a compiere veri e propri miracoli. Due allenatori che rientrano in questa categoria sono senza dubbio Wenger e Guidolin. Tanti sono i tratti comuni di questi due personaggi, soprattutto in termini di risultati. Il tecnico dell'Arsenal, grazie al successo per 1-0 sul campo del Newcastle, ha portato per la diciassettesima volta su diciassette stagioni di panchina la sua squadra in Champions League. Mentre nei primi anni però aveva a disposizione uno squadrone con cui era impossibile non arrivare tra le prime 4, da ormai 6/7 anni la musica è cambiata. L'Arsenal ha deciso di puntare sui giovani, facendoli crescere per poi venderli nel momento di maggiore ascesa. Niente investimenti milionari, solo cessioni importanti e acquisti per il futuro. Una politica societaria da una parte molto lodevole, ma che dall'altra ha danneggiato a livello di vittorie i Gunners, a secco di trofei ormai da 8 anni. Wenger ogni anno vede partire i suoi fenomeni, rimpiazzati molte volte con ragazzi di talento, ma di certo non all'altezza dei partenti. Ogni anno si trova a dover ricostruire da zero, cercando sempre di far giocare la sua squadra nella miglior maniera possibile, spesso con pochi mezzi a disposizione. Il suo Arsenal non vince trofei ormai da tempo, ma gioca molto bene, è la classica squadra che può perdere e vincere con chiunque. Ha un sacco di giovani interessanti, valorizzati da Wenger, che un giorno faranno la fine dei vari Van Persie, Fabregas e Nasri, solo per citarne alcuni. Altri campioni esploderanno, poi se ne andranno ed il tecnico alsaziano ricomincerà sempre da capo. Quest'anno l'impresa era più difficile perchè oltre alle due squadre di Manchester ed al Chelsea, il Tottenham per lungo tempo sembrava esseri affermata come quarta forza del campionato. Invece no, ancora una volta il buon Arsene l'ha spuntata, traendo il massimo da quel poco che gli era rimasto. Gli hanno tolto Van Persie ed al suo posto gli hanno comprato Giroud, ma è arrivato quarto lo stesso, come l'anno scorso. Scusateci se è poco.
Leggendo la storia recente di Wenger e dell'Arsenal si notano parecchie somiglianze con Guidolin e la sua Udinese. Anche al tecnico bianconero sono stati tolti i vari Sanchez, Inler, Isla e Handanovic, tutti giocatori valorizzati da lui. Gli è stata smantellata la squadra ogni anno, ma ogni stagione, costantemente, è riuscito a far rendere al massimo ogni suo giocatore. Come Muriel, su tutti quest'anno il giocatore che è migliorato di più. Dopo due qualificazioni ai preliminari di Champions (persi poi proprio a causa dello smantellamento della squadra) quest'anno sembrava arrivata la fine anche per Guidolin. "Ha una certa età e non può fare miracoli tutti gli anni", questo si diceva ad inizio campionato. Anche in un annata più difficile delle altre il risultato alla fine è stato lo stesso. L'Udinese è arrivata davanti a squadre più attrezzate come Roma, Lazio ed Inter, e se ne va in Europa, per il terzo anno di fila. Le bacheche di Wenger e Guidolin non rendono giustizia a questi due straordinari allenatori, ma allo stesso tempo permettono di ricordarci che non serve per forza chiamarsi Mourinho o Guardiola per essere considerati ottimi allenatori. Nel calcio, ogni tanto, è giusto anche ricordare non solo chi vince, ma chi, in silenzio, lavora sempre al massimo delle sue potenzialità

giovedì 16 maggio 2013

SIR ALEX FERGUSON: MOLTO PIU' DI UN ALLENATORE

Alla fine di questa stagione Sir Alex Ferguson lascerà la panchina del Manchester United dopo 26 anni. Un' enormità di tempo, per chiunque, soprattutto per noi italiani che cambiamo quasi più allenatori che giocatori. Sir Alex è stato senza dubbio un grande tecnico. Rinchiudere Ferguson nella definizione "grande allenatore" non ci permette però di rendere l'idea completa del personaggio. Ci sono stati e ci saranno altri grandi tecnici, forse alcuni (non tanti) migliori di lui, ma saranno appunto solo dei semplici coach. Il segreto della longeva e straordinaria carriera di Sir Alex è frutto di pazienza e lungimiranza, due cose che, sempre guardando in casa nostra, agli allenatori vengono raramente concesse. Ferguson ha vinto il suo primo titolo nel 1993, 6 anni dopo essersi seduto sulla panchina dei Red Devils. Immaginatevi in Italia un CT che rimanga sulla panchina di una grande squadra per 6 anni, senza vincere nulla. Qui da noi sarebbe un utopia. In Inghilterra invece è proprio la concezione di allenatore ad essere diversa. Il tecnico fa il mercato, diventa il primo tra gli osservatori, compra, o almeno pensa di comprare solo giocatori che gli possano essere utili. E', in sostanza, al centro del progetto. Non sono i presidenti a fare il mercato, i giocatori non vengono comprati senza un criterio logico. L'allenatore non si ritrova quasi mai con giocatori non funzionali al suo gioco e non viene quasi mai considerato l'unico capro espiatorio se i risultati non arrivano. Certo per essere al centro di un progetto importante ci vogliono anche le capacità e Ferguson le ha mostrate tutte.  Ha costruito cicli vincenti, ha cresciuto campioni, i suoi Manchester hanno espresso a tratti anche un ottimo impianto di gioco. Poi finiti i cicli, partiti i campioni, è rimasto li a ricostruire, a mettere le basi per nuove imprese e nuovi grandi traguardi. Nel momento di massima ascesa in cui altri se ne sarebbero andati, lui è rimasto li ancorato alla sua panchina, conscio del fatto che i giorni di gloria non sarebbero finiti. Anche questi grandi personaggi hanno i loro detrattori. Alcuni di questi gli rimproverano ad esempio di aver vinto "solo" 2 Champions in 26 anni. Anche se la proporzione può sembrare impietosa nei confronti dell'allenatore scozzese non vanno trascurati alcuni aspetti. E' relativamente facile andare ad allenare una squadra di campioni, vincere e poi andarsene. E' meno facile invece vincere, vedere i propri campioni andarsene e rimanere. E' difficile, per un allenatore affamato di successi, dover ricominciare da capo ogni tot anni con una squadra completamente nuova. Immaginatevi se quello che è successo ad Allegri quest'anno succedesse periodicamente ogni 4/5 anni ad un allenatore qualunque. Rivincere qualsiasi trofeo, a maggior ragione una Champions, diventerebbe molto complicato. Nonostante questo, soprattutto negli ultimi anni Ferguson è stato in grado di mantenere il suo United tra i primi team al mondo. Anche senza i super giocatori del Barcellona e del Real Madrid, anche senza gli infiniti petrodollari di Chelsea e City. Il segreto di questa continuità dei Red Devils forse sta proprio nel suo tecnico. Mentre le altre squadre per ricominciare un ciclo ci mettono un pò di tempo, a Manchester partono già con un pò di vantaggio rispetto agli altri e quel vantaggio è proprio il caro vecchio Fergie. Per questo è riduttivo considerare Ferguson solo un "grande allenatore". E' un tecnico, un osservatore, un operatore di mercato, un dirigente ed un tifoso. Si anche un tifoso, è la "bandiera" degli allenatori. Lui, nato in Scozia, ma adottato a Manchester, dove non verrà mai dimenticato. Perchè se fino ad oggi Sir Alex era considerato la storia che camminava, dal prossimo anno sarà la storia. Punto e basta.

mercoledì 15 maggio 2013

TRIONFO JUVENTUS: LO SCUDETTO CHE VALE DI PIU'

“Rivincere è sempre più difficile”.
Questa è la frase dello scudetto juventino, anche se l’andamento della stagione dimostrerebbe tutto il contrario. Infatti dalla prima all’ultima giornata di campionato la Vecchia Signora è sempre rimasta in testa, non avendo mai una vera e propria rivale. La classifica ci porterebbe a dire che il Napoli di Mazzarri sia stata la vera anti-Juve, ma andando a vedere settimana dopo settimana, si intuisce che i partenopei non sono mai stati né in testa e né tanto vicini da poter superare la capolista. Certamente gli azzurri sono stati la squadra più costante e più continua delle inseguitrici, ma si sono tenuti sempre a debita distanza. Questo significa che la vittoria vale di meno? Assolutamente no.
Perché quando i giocatori bianconeri pronunciano quella frase, vogliono intendere che è stato importantissimo riconfermarsi e crescere rispetto allo scorso anno, facendo vedere di non essere stati una semplice meteora. 
Si è vero che quest’anno non c’erano né Ibrahimovic e né Thiago Silva, però la Juventus è riuscita a fare ben 6 punti in più, ed a risolvere i suoi problemi di “pareggite” con le squadre medio-piccole. 
Le X da 15 sono diventate 6, ed i goal degli attaccanti sono aumentati. Non tutti i problemi sono stati risolti, ma per ora questo basta e avanza in Italia. 
Come ripete sempre Antonio Conte, la forza di questa squadra è il gruppo, sempre compatto e solido.
Due sono i simboli di questo scudetto secondo il tecnico barese: il primo è Giaccherinho (chiamato così nello spogliatoio) che pur avendo fatto poche partite è stato capace di subentrare e dare verve dalla panchina, come contro il Catania allo Juventus Stadium, quando sul risultato fissato sullo 0-0, l’ex Cesena è entrato in campo ed a un minuto e mezzo dalla fine ha messo a segno il goal che ha permesso di allungare ancor di più sul Napoli (perdente a Verona). L’altro gesto rappresentativo è quando Arturo Vidal, dopo aver realizzato il rigore contro il Palermo (decisivo per lo scudetto), si prende l’ammonizione per esser andato quasi in tribuna ad abbracciare il compagno Pepe, rimasto ai box per quasi tutto l’anno.
Non è più l’imbattibile Juve, né quella super spettacolare, ma è una squadra sempre più solida e compatta. 
La sconfitta con l’Inter a novembre non ha abbattuto i bianconeri, anzi li ha esaltati, e gli ha permesso di scrollarsi di dosso il peso delle 0 sconfitte.
Se proprio volessimo trovare un uomo chiave di questo scudetto, non sarebbe Pirlo come per l’anno passato, ma sarebbe appunto proprio il cileno Vidal, emblema juventino, per corsa, tecnica e spirito di sacrificio. 
Un altro 5 maggio ha regalato il 29esimo titolo nazionale (secondo i numeri, mentre 31 nell’animo dei tifosi e della società). 
Uno scudetto di tutta la squadra che ha fatto contenti fan in tutta Italia, da Torino a Catanzaro. E' uno scudetto che vale di più perchè vincere è difficile ma riconfermarsi lo è ancora di più

P.S.  Alcuni giurano di aver visto Vincenzo Iaquinta festeggiare il suo primo titolo insieme ad Anleka e Bendtner.... in fondo anche loro se lo sono meritato...